THE SLEEPWALKER’S FLESH

 

Sleepwalker

PRIMO FRAMMENTO – IL VOLTO NASCOSTO

L’anziano con spolverino e bombetta attese la fine del brano, poi rivolse alla sua ospite il miglior sorriso di circostanza che potesse vantare <<Mi sembra una visione ben più che utopistica, Jessie…>> proferì caustico; le sue parole erano accompagnate da una nota di cocente sarcasmo. La ragazza, dopo qualche attimo di smarrimento, scosse semplicemente il capo, assumendo un’espressione perplessa. <<Osserva bene>> le chiese l’uomo dagli antichi tratti marcatamente slavi, accompagnando il suo invito con un ampio gesto della mano. Jessie, deglutendo, si tolse gli occhiali e osservò la terra dallo strano spioncino portatile che l’altrettanto strano padrone di casa le aveva fornito. Il suo sguardo colmò distanze oceaniche nel volgere di pochi istanti, osservando il presente dilaniato dall’orrore. Uno sgomento terrificante le balzò in bocca, risalendo dalle viscere, quando con voce tremante sussurrò << Questo è l’inferno.>> <<No…>> ribatté languidamente il vegliardo <<…è il paradiso che avete creato.>>

<<Ho visto la Madonna, ma lei non mi ha riconosciuto.>> Esordiva spesso così Spencer “Jesus” Foley, nota spalla comica del “Duo Inesistente”, dove il compare – lo Spirito Santo – forniva tutto il potenziale umoristico in forze alla coppia; merito secondo molti del nome propiziatorio. Avevano viaggiato lungo gran parte della costa ovest, partendo da San Francisco per ovvie ragioni tematiche. La loro era una comicità sofisticata, del tipo che compensava gli sbadigli con lapidazioni sommarie e ingiurie, non per forza in quest’ordine. Spencer, durante il tour, aveva più volte accennato al desiderio di raggiungere il Bryce Canyon, per trarre nuova ispirazione dalle monolitiche alture che caratterizzavano, dopo svariate e insospettabili ciclicità bibliche, buona parte dello Utah meridionale. Peccato che, a voler essere precisi, il luogo in questione non rappresentasse esattamente un canyon, ma una vasta e scoscesa vallata di terra brulla, circondata da un’infinità di ramificazioni rocciose che prendevano il nome caratteristico di hoodoos. La loro forma ricordava vagamente quella di un cono sconnesso e irregolare, sulla cui sommità si originava, senza particolari eccezioni, una formazione friabile – ma più compatta – dello stesso tipo, come se qualcuno avesse raccolto dal cielo le fiamme della creazione per donare loro tanti buffi cappellini. Tufo a parte, qualcuno li chiamava ancora “camini fatati” proprio perché, stando alle leggende locali, era andata esattamente così. Spencer era mosso in buona parte dal fervore religioso, ma quel poco di stupidità restante che lo caratterizzava era puramente pagana. Secondo lui la cristianità non riusciva ad attecchire perché, dopo anni e anni di crociate, editti e scelte estetiche infelici, gli uomini di fede finivano per prendersi irrimediabilmente troppo sul serio. Sulla base di queste considerazioni aveva appunto teorizzato lo stratagemma che avrebbe portato alla ribalta, donandogli lustro e vigore, il nuovo pensiero cristiano. Con un po’ di fortuna sarebbe perfino riuscito a riunire sotto la stessa ala – in ordine sparso –  anglicani conservatori, metodisti progressisti e giudei avanguardisti. Non che conoscesse ancora bene le differenze, ma l’ambizione nel suo caso faceva il paio con un’innata testardaggine congetturale, quel tipo di attitudine che molti avrebbero confuso, stando a Ockham e le sue blasfeme teorie, con semplice stupidità. Spencer viaggiava su una vecchia Pontiac “Fiero” (“e come sarebbe potuto essere altrimenti?” si chiedevano sempre quelli che disgraziatamente lo incrociavano sulla loro strada) dell’ottantasette. Il muso basso, coupé, tutta la potenza di oltre settanta cavalli rombanti, almeno in teoria. Difatti un tempo, forse, era stata di una vivace tonalità che tendeva al rosso, ma ormai aveva perso completamente il suo fascino, con la parte sinistra del piccolo alettone divelta, le rifiniture coperte d’incrostazioni e un look incattivito che richiamava una scatoletta di ruggine su quattro ruote. Bastava una sola occhiata a quella vettura per ritenere infondate le voci – dicerie pretestuose secondo Spencer –  riguardanti la causa di plagio intentata diversi anni prima dalla Ferrari. Con le corsie completamente deserte la Pontiac procedeva a “zig zag”, ignorando norme stradali ed etiche. Giunta a una svolta che procedeva su un tratto sterrato, costeggiando una vastità incalcolabile di rocce e detriti desertici, l’auto parve deragliare per qualche secondo, tornando subito dopo in carreggiata con una brusca sterzata. Pareva arrancare, tra singhiozzi e scossoni, lungo uno snodo polveroso che le era tutt’altro che congeniale. Percorso poco più di un miglio, Spencer frenò bruscamente, lasciando che lo stridio delle gomme venisse inghiottito, assieme al resto della vettura, in una nube polverosa e impenetrabile. Recalcitrante a motteggiare tutte le parolacce di rito che conosceva, si limitò a scendere con un mesto borbottio di disappunto. Tossì, sputò in terra e poi chiuse lo sportello dell’auto sbattendolo forte, quasi volesse incolpare lei di quella tirata assurda. Il comico era un omaccione alto e piuttosto robusto, con gli occhi scuri incorniciati dalla barba folta e una cascata di ciocche scarmigliate. Indossava un cappellaccio a larghe falde calato sul volto, assieme a una giacca rattoppata e un vecchio impermeabile liso dal tempo. Guardandosi attorno si mise una mano in tasca e armeggiò per un minuto buono. Fosse o meno il posto giusto, le indicazioni erano chiare. Si trovava ai piedi di un gigantesco agglomerato roccioso, sulla cui sommità svettavano hoodoos di considerevoli dimensioni, forse i più grandi dell’intera zona.  La mano riemerse dalla tasca dell’impermeabile, stringendo tra le dita nodose un mozzicone di sigaretta che Spencer si portò subito alla bocca e iniziò a ciancicare. <<Caldo da far schifo e puzza di fregatura, una combinazione da restarci secchi.>> Lo Spirito Santo rimase opportunamente in silenzio. Avvicinandosi alla parete frastagliata del versante centrale, all’omaccione parve di scorgere un’apertura irregolare dietro un sottile costone di pietrisco, abbastanza grande perché una persona –o più di una – potesse passarci agevolmente. Si avvicinò di qualche altro metro e guadagnò così una visuale migliore sull’ingresso. Almeno in apparenza sembrava poter celare una voragine molto più ampia, un antro freddo, colossale nelle sue profondità. Alcuni faretti alogeni erano stati disseminati in terra senza un ordine preciso, formando una rete spettrale di riflessi che affiorava dal terreno, ingombro di detriti e sporcizia. Dal lato opposto rispetto all’apertura, fin dove il chiarore riusciva a rendere l’interno della caverna distinguibile, a circa una decina di metri dagli ultimi drappeggi di luce, Spencer ebbe come l’impressione d’intravedere “qualcosa”. Un alito di vita, che descrisse per alcuni istanti lo sguardo di una creatura prigioniera, l’illusione di un’umanità famigliare, rassicurante. Non aveva occhi, né labbra, solo la parvenza di un’anima riconoscibile attraverso il suo volto nascosto. Nell’istante stesso in cui la presenza scomparve, Spencer varcò la soglia.

– Avremmo dovuto accorgercene.
Avremmo dovuto evitare che fosse indispensabile.
– Pensi ci fossero davvero alternative?
Penso che avrei voluto sceglierne almeno una per compiere esattamente lo stesso percorso.

Poi vennero i mostri, dando un significato alla paura che li rendeva immensi.

 

SECONDO FRAMMENTO – DALLE NEBBIE

<<Malvagio? Io non sono malvagio miss Holmes, la crudeltà è un artefatto della visione umana, presuppone un metodo caro agli stereotipi socialmente condivisi. Ciò che voi credete sbagliato per concezione non è altro che la semplice espressione di un’anima, la cui esistenza persegue dei bisogni che a voi appaiono abietti, mentre invece fanno parte della sua normalità individuale.>>

All’angolo tra la Settima e Kingsbury Street c’era una vecchia tavola calda, chiamata “Cheap’sendrink”, uno di quei locali con le vetrate molto ampie e perennemente appannate di scritte, manifesti pubblicitari e qualche altro scorcio di umanità in perdita. Troppo presto per il brunch e troppo tardi per la colazione, con il cielo che prometteva burrasca, fatta eccezione per un paio di avventori assonnati -che parevano essere stati stesi fuori con gli indumenti del giorno prima- i tavolini bianchi e rossi della sala erano vuoti. Mentre Doreen, un’anziana cameriera dai tratti mascolini e la chioma di un insolito color turchese, riempiva svogliatamente caraffe di caffè fumante, le porte all’ingresso si spalancarono, mostrando un insolito gruppetto di persone che discutevano animatamente. La donna accennò un sorriso di circostanza, recuperando penna e taccuino dal bancone. Però non si mosse, c’era qualcosa che non andava, o forse la stanchezza accumulata in anni di levatacce, litigi e compiti ingrati di ogni tipo, cominciava a farsi sentire. Mentre lottava per articolare un saluto che fosse appropriato alla clientela, i suoi occhi registrarono un numero imprecisato di stramberie, fatte di discorsi insoliti e strani scherzi della mente. <<Il punto è che non dovevamo permettere a Jessie di andare a cercare quel ciarlatano da sola…>> stava dicendo un ragazzo dai folti capelli in tempesta, con indosso un giubbotto di pelle e un paio di cuffie attorno al collo troppo grandi e rovinate. Prese posto in fondo a una delle panche del tavolo più vicino, dando le spalle alla vetrata. <<Certo, perché adesso dovremmo anche farci da balia a vicenda, come se questa storia non fosse già abbastanza ridicola.>> A parlare era stata una donna con un trench appariscente, troppo costoso per un posto del genere (o per qualsiasi altro luogo nel giro di venti, forse trenta isolati). Lunghe gambe ben tornite, i boccoli lucenti che le ricadevano con eleganza sulle spalle e labbra piene, leggermente contratte per sottolineare la frustrazione crescente che quell’argomento le procurava. Si sedette dalla parte opposta del ragazzo, anche lei spalle alla vetrata. <<Penso sia colpa mia, ma purtroppo non ricordo la nostra conversazione, né di averle parlato di uno stregone, o fattucchiere, o qualsiasi cosa possa essere…>> s’intromise una seconda donna dalla bellezza malinconica, con indosso strani indumenti ricchi di ninnoli, ingranaggi e fibbie, come se si fosse appena catapultata fuori da un libro illustrato del diciannovesimo secolo.  Con aria frastornata si sedette vicino al ragazzo,  chinando il capo quando lui si sforzò di sorriderle bonariamente. <<Nulla di serio, ma quella ragazza sa il fatto suo. Dovessi credere in qualcosa -e sapete bene quanto mi resta difficile farlo- sarebbe nelle capacità di quella piccola e blasfema sputasentenze.>> A parlare era un uomo di stazza notevole, con indosso un lungo cappotto logoro e un cappellaccio altrettanto sciupato. Gli bastò un’occhiata gelida della donna griffata per sedersi accanto agli altri due, prendendosi ciò che rimaneva della panca. <<Penso che dovremmo andare a cercarla, del resto abbiamo tre indizi e cinque teste, le probabilità sono a nostro favore.>> L’ultimo a parlare era stato un ragazzo dagli occhi tristi, indossava una felpa e dei pantaloni più grandi di almeno un paio di misure, con i lunghi capelli inghiottiti, almeno in parte, dal cappuccio. Diede solo una rapida occhiata ai posti liberi di fianco alla donna con il trench, ma desistette ancor prima d’incrociare il suo sguardo, sorridendo appena nel recuperare una sedia, per poi piazzarla, sedendosi subito dopo, di fronte all’unico lato ancora sgombro del tavolo. Gli occhi di Doreen colsero alcune particolarità inquietanti attorno al gruppo, ed era questo, probabilmente, a tenerla incollata al di là del bancone. Innanzi tutto le parve di scorgere a più riprese una ragazzina che faceva capolino nel mucchio, sebbene non riuscisse a distinguerne i tratti, tanto meno -di volta in volta- la posizione precisa tra gli astanti. Poi intravide alcuni riflessi cangianti sulla porzione di vetrata con la quale stavano a contatto, uno sciabordio iridescente e impercettibile di guizzi e scintille. “Scherzi della mente”, continuava a ripetersi la vecchia cameriera stropicciandosi gli occhi. Effettivamente, al terzo tentativo, tutto parve tornare alla normalità, con buona pace delle sue preoccupazioni che, per dovere e testardaggine innata, si obbligava a ricacciare in un angolo sperduto della propria testona turchese. <<Zero ha ragione, non ci occorre un vero e proprio piano, dobbiamo solo controllare i posti trascritti negli appunti che Jessie ha lasciato al Twist.>> Soggiunse in tono pacato il ragazzo con le enormi cuffie appese al collo. Si scansò un paio di lunghe ciocche ribelli dal volto e poi continuò con una luce di rinnovata speranza nei grandi occhi cerulei <<…Perciò non devi preoccuparti Annette, non siamo fuori tempo massimo e puoi prenderti tutto il tempo che ti occorre per ricordare.>> La donna che gli era seduta accanto sorrise mestamente, ma non proferì verbo. <<Stiamo davvero dando credito a uno sbandato, un professore che ha perso la sua cattedra universitaria non una, ma ben due volte? Ho analizzato per anni derelitti simili, con psicosi affini alle sue, molte volte non ha nemmeno senso imbastire una traslitterazione credibile di certe espressioni, perché sono il semplice risultato dell’insensatezza promossa a patologia.>> La donna dall’altra parte del tavolo aveva espresso la sua opinione con malcelato sdegno, scrollandosi di dosso il trench e mettendo ancora più in mostra le sue forme generose, strizzate in un tailleur d’alta moda. <<Non vorrei risultare indiscreto Valerie…>> chiosò il barbuto omaccione di fronte a lei, che la squadrava come avrebbe fatto un cane davanti a una succulenta bistecca <<…ma questo parlare di pazzia e malanni lo trovo un po’ eccessivo. Apprezzo il fatto che probabilmente tu abbia deciso di seguirci a causa del mio rinomato fascino rustico, però se ti trovi qui l’hai bevuta tanto quanto noi, o no?>>  La donna assunse un cipiglio sprezzante, poggiando il cellulare che aveva appena estratto da una tasca interna del trench sul tavolo. <<Oppure non sopporto essere presa in giro e voglio raccogliere tutti gli elementi del caso prima di apportare un cambiamento, qualcosa di molto simile a quella che definiresti una vendetta esemplare, caro Spencer.>> Pronunciò quelle ultime due parole con un tono volutamente canzonatorio, accogliendo trionfale il mugugno dell’omaccione. <<Ehi, stiamo calmi ragazzi!>>  Il giovane alternativo con cuffie e giubbotto tentò di smorzare gli animi. <<Farci la guerra a vicenda non ci aiuterà a riordinare le idee. Il professor Frederick  è stato comunque, per molti anni a quanto ne so, un elemento di spicco della Brown, questo vorrà pur dire qualcosa.>> <<Sì, Mark, vuol dire che anche ottenere un posto di lavoro prestigioso può farti uscire fuori di testa…e non per forza in quest’ordine.>> Nella voce di Zero non c’era alcuna traccia d’ilarità. Incrociate le braccia sul petto, si era appoggiato al tavolo di peso, fissando una saliera mezza vuota e piuttosto usurata. <<Se l’istruzione fosse garanzia di serietà, non vivremmo in un mondo dove un cretino ascolta un altro cretino per sapere come diventare cretino, senza volerlo essere e non potendo aspirare a null’altro.>> Rimbrottò Spencer, mentre assumeva una posa scocciata, con il cappellaccio logoro tutto storto da un lato. <<State perdendo il mio tempo>> sospirò Valerie. <<Mi piacerebbe poter dire la stessa cosa, ma voglio essere della partita. Non so quanto ci sia di vero e forse non ha più importanza, però sento di doverlo fare. Forse anche per Jessie, forse per tutto ciò che non riesco a ricordare.>> Rispose meccanicamente Zero, socchiudendo gli occhi ancora fissi sulla saliera. A quelle parole Annette alzò il capo e lo fissò. Guardando oltre la vetrata un istante più tardi, lasciò che i suoi occhi riflettessero un patimento interiore intellegibile. <<Non so se potermi fidare del professor Frederick, le sue elucubrazioni apparivano più simili al delirio di una persona instabile…>>  disse la donna e le sue parole furono accolte da un silenzio assenso generale, in particolare quello di Valerie, sottolineato da una smorfia di scherno abbastanza evidente. <<…Tuttavia, se la più scettica tra noi ha deciso d’indagare, sono portata a credere che alcuni schemi mentali del professore seguissero una logica precisa, magari perfino lucida. Forse quella che lui ha definito Madre Follia è un’iperbole, con la quale intendeva spiegarci un concetto meno immediato.>> <<Perciò, stando a questo ragionamento, quando ha descritto tutte quelle mostruosità che emergevano dalle nebbie, in realtà si riferiva a una serie di paure concrete, o perlomeno al loro corrispettivo esistente, oltre la finzione metaforica.>> Intervenne Mark grattandosi il capo e -come riavutosi da un senso di momentanea spossatezza- accorgendosi solo allora della cameriera che li fissava. << “Dalle nebbie, dove chi stringerà nel pugno la fiamma del Dio caduto, regnerà da immortale nelle terre dell’uomo”…>> aveva preso a ricordare Annette, citando le parole di Frederick Morgan prima del loro commiato. Mark però la interruppe. <<Un momento, aspetta. Forse parlarne mentre lo aspettiamo non è una buona idea.>> Con un cenno del capo indicò a tutti gli altri Doreen, che adesso, sorpresa a spiarli, era arrossita di colpo e si stava finalmente avvicinando al tavolo per prendere le eventuali ordinazioni. Avanzava incerta sulle gambe corte e tozze, cercando di assumere l’espressione più conciliante del suo repertorio. “Fuffa sacrilega” aveva mormorato Spencer grattandosi lo stomaco prominente. Nessuno replicò. La cameriera aveva appena alzato penna e taccuino quando il corpulento commediante si alzò di colpo, facendo trasalire tutti gli altri. <<Signore e signori…>> rombò con la sua voce baritonale <<…penso proprio sia meglio per me saltare quest’incontro e guadagnare tempo sulla tabella di marcia. Tanto sarei dovuto passare a Cannonville per altre questioni e il Bryce Canyon mi è di strada. Datemi il biglietto con le coordinate.>> I membri del gruppo, presi alla sprovvista, si scambiarono occhiate dubbiose, alle quali si aggiunsero quelle di Doreen, che però non aveva idea di cosa stesse davvero accadendo. L’unica a non battere ciglio fu Valerie; recuperato un post it sgualcito lo porse a Spencer, aggiungendo in una nota suadente <<Noto con gioia che esistono repellenti discorsivi utili con la tua ingombrante persona e sono ancora più sorpresa siano tanto efficaci.>> L’omaccione afferrò il foglietto in malo modo, grugnendo, poi guadagnò l’uscita della tavola calda. << “Dalle nebbie”, che idiozia…>> lo sentirono borbottare gli altri mentre la porta si chiudeva alle sue spalle. Sul marciapiede dal lato opposto della strada, dove un nugolo di persone transitava, immerso nell’indifferenza della metropoli, una figura in ombra si poggiò al muro di una fatiscente palazzina. Aveva occhi di stelle e portava con sé un male gravoso, la coda di una lunga cometa.

<<L’incubo si era concluso miss Holmes. Qualunque fosse stata la causa di tanto dolore, destandosi, tornava a muoversi nel mondo che aveva distrutto. Quello stesso mondo in cui l’amore, di cui conosceva il volto, lo aveva aggredito, spingendolo a violare la sacralità di un patto con Dio e in fondo con una delle sue figlie predilette. Non c’era più nulla che potesse perdere, perché le violenze che aveva compiuto gli mordevano l’anima a brandelli, riducendola a un pandemonio indefinibile di vuota consapevolezza. Prigioniero nei cieli del suo inferno terreno, osservava quel buffo omuncolo abbandonato al conforto di se stesso, la compagnia peggiore che si potesse desiderare. Il suo corpo, i suoi sussurri incomprensibili, lo sguardo spalancato sul passato e una piccola sedia di legno come trono. Sospeso nelle tenebre che lo avevano ghermito, malediceva se stesso, il re dei disgraziati, per essere sceso in terra con l’odio nel cuore e gli occhi di uno sconosciuto.>> <<Non c’è logica in questo sproloquio. Una scelta è pur sempre un atto volontario.>> Il vecchio rise a lungo, gemendo infine un laconico <<No, una scelta è la forza dell’inutilità che affronta l’inevitabile.>>

 

TERZO FRAMMENTO – DISVELA L’ARCANO

Jessie strinse la mano del vecchietto e questi sorrise crudelmente. Lei appariva perplessa, forse lievemente turbata. <<Mi chiamo Barton Davis, signorina. Per un po’ di tempo sono stato un eroe di luce, un buon compagno di viaggio, la promessa di una vita migliore. Volevo mi fosse riconosciuta l’indennità dagli errori compiuti a fin di bene, l’assoluzione postuma dei miei affetti più cari. Ho cercato, ho trovato, ho perso. Sono stato, sono e non voglio più essere. Mi chiamo Barton Davis e quelle che sto per raccontarle sono le mie scuse sincere a chi mi ha restituito al regno dell’uomo, condannandomi a una verità che non intendo più sostenere.>>

<<Non credo sia possibile Donnelly, amore e altre scempiaggini simili non sono robe da suora.>> L’ispettore si alzò sfilandosi il cappellaccio sgualcito, con un sospiro carico di frustrazione che lo costrinse a tossire energicamente prima di allontanarsi. Il suo protetto lo seguì per alcuni istanti assumendo un cipiglio perplesso, tornando subito dopo sul corpo della donna riverso al suolo, inerte.  I grani del rosario le cingevano i polsi, mentre la testa poggiava a terra in una posizione del tutto innaturale, come se avesse compiuto un giro di giostra completo. <<Ha detto qualcosa del genere anche lui.>> si lasciò sfuggire in tono distante il poliziotto, la sua attenzione catturata dalla vittima che, nel cogliere l’unico senso possibile del peccato, era stata sacrificata ai suoi segreti, al pari del suo carnefice. L’ispettore, portandosi un vecchio fazzoletto liso dal tempo alle labbra, ricacciandosi in gola un rantolo arrochito assieme a un’imprecazione, rispose spazientito <<Cosa? Di che stai parlando?>> L’agente si chinò sul messale che giaceva accanto alla giovane. <<Il sospettato>> proseguì con una sfumatura dolente nella voce <<anche lui ha detto di non credere ad amore e scempiaggini simili. Non più.>> Il presunto omicida era stato preso in custodia da una decina di minuti e non aveva rilasciato null’altra dichiarazione. L’ispettore Conrad non brillava esattamente per onestà e assennatezza, così, avendo gli affari interni addosso, voleva evitare d’interrogarlo in centrale, dove gli avrebbero tolto il caso alla velocità della luce. <<Cosa sappiamo di questo squilibrato?>>  domandò al suo secondo, avvicinandosi al colpevole con circospezione e soffocando l’ennesimo colpo di tosse. <<Abbiamo già effettuato un primo controllo, pare si tratti di Frederick Morgan, cinquantasei anni, incensurato.>> Conrad prese a studiare con maggiore attenzione l’uomo seduto sul divanetto del suo studio, le manette ai polsi e lo sguardo perso nel vuoto. La stanza non era molto ampia, con una manciata di sedie, una scrivania in vera noce e una quantità considerevoli di libri e schedari accatastati alla rinfusa. Fatta eccezione per una piccola finestra che affacciava sul cortile adiacente allo stabile, c’erano solo due porte; una conduceva a un bagno di servizio che fungeva anche da ripostiglio. Pochi poliziotti, per fortuna, a segnare la scena del crimine e fare la spola dallo studio alle volanti; la scientifica sarebbe arrivata a momenti. L’ispettore si chinò leggermente, in modo tale da poter fissare negli occhi l’uomo che li aveva contattati, incolpandosi del terribile delitto appena commesso <<La conosco, non è vero? Lei insegnava a Providence, alla Brown. Mio figlio Matt, prima di mollare, l’ha avuta per un intero semestre. Adesso ricordo di averle parlato in paio di occasioni, quindi ci siamo incontrati in circostanze più fortunate di questa.>> Il professore non rispose, ma aveva preso a fissare l’interlocutore con una parvenza d’interesse. Donnelly alzò gli occhi al cielo, poi ricontrollò i pochi appunti presi fino a quel momento. <<Prima che si zittisse ha detto confusamente qualcosa riguardo una tavola calda dall’altra parte della città, credo si chiami Cheap’sendrink. Ha chiesto di poter comunque andare a un appuntamento importante, con un gruppo di persone delle quali però non mi ha voluto rivelare i nomi.>> Conrad si passò il fazzoletto sulle labbra, soffocando un singulto, poi, alzandosi, domandò candidamente <<Siete sicuro di non volerci rivelare le identità di queste persone? Potrebbero essere utili tanto a noi quanto a lei. Magari potrebbero aiutarci a fare chiarezza su quanto è successo qui.>> L’ispettore fece un cenno in direzione del cadavere, scambiandosi un’occhiata d’intesa con il compare. Per la prima volta, da quando si era seduto, Frederick  riprese a parlare; il tono pacato e l’espressione impenetrabile. <<Loro non c’entrano, non hanno nulla a che fare con quanto è successo. Non sono impazzito signori, né posso dichiararmi vittima di un eccesso d’ira sconsiderato. Ho dovuto compiere questo sacrificio perché era indispensabile, per proteggere la vita come voi la conoscete. È stato un crimine perpetrato in nome dell’equilibrio, questo è quanto.>> <<Oh Cristo santo…>> sbottò Conrad, massaggiandosi energicamente il pizzetto. Alle sue spalle un paio di poliziotti si erano fermati ad ascoltare e benché il contesto non fosse dei migliori, parevano visibilmente divertiti. Fu il turno di Donnelly. <<Dunque, ci aiuti a fare un po’ di chiarezza allora. La vittima, Sara Williams, in che rapporti era con lei? Le persone che dovrebbe incontrare la conoscevano? Dai documenti sembra appartenesse a una comunità di suore laiche e fosse originaria di Montrose; conosce altre persone in quella città? Il Colorado non è esattamente dietro l’angolo, signor Morgan. Perché questa ragazza è venuta da lei, nel suo studio?>> Il professore si rilassò, appoggiandosi di peso contro lo schienale in pelle del divanetto. <<Come ho già detto, le persone che dovrei incontrare non hanno nulla a che vedere con questo sfortunato sacrificio, ma è molto importante per me e per tutti voi, che io abbia l’opportunità di recarmi a quella tavola calda. So di non poter essere rilasciato, per questo vi chiedo di accompagnarmi, anche se vi sembrerà irragionevole e totalmente privo di senso.>> Gli occhi di Frederick cercarono per un istante i resti della suora alle spalle dei poliziotti, però un secondo più tardi si rivolsero altrove. Sembravano una febbricitante rappresentazione di tutti i malanni umani, in netto contrasto con la calma impenetrabile del suo volto emaciato. <<Sara…>> continuò dopo una breve interruzione <<…era stata una mia studentessa. Non mi occorre nascondervi particolari, anche perché non è questo il motivo di quanto avvenuto oggi, ma quando insegnavo ancora alla Brown avevamo una relazione. Complicata, sofferta, però finita bene. Non la vedevo da circa cinque anni e non sapevo avesse compiuto determinate scelte.>> La scientifica era appena arrivata, così L’ispettore e Donnelly si fecero più vicini al colpevole, per evitare eventuali interferenze. Mentre un ragazzo allampanato si chinava sul corpo della vittima, sistemando accanto a quest’ultima una valigetta piena di attrezzature, Conrad tossì un paio di volte, pulendosi la bocca con il fazzoletto che fino a quel momento non aveva mai riposto. Preso un bel respiro, continuò l’interrogatorio sforzandosi di apparire il più conciliante possibile. <<Ha voluto farci intendere che non si è trattato di un delitto passionale, va bene. Prendiamo per buone le sue parole e per ora mettiamo anche da parte le persone della tavola calda. Come ha già capito non potremmo mai accompagnarla a quell’appuntamento. Manderemo qualcuno, stia tranquillo, lei però rimane a farci compagnia, intesi? Dunque, tornando alle ragioni di…beh, di quanto ha compiuto, perché continua a insistere sulla questione del sacrificio, perché lo chiama così?>> Il professore alzò gli occhi in direzione del soffitto e i due, quasi meccanicamente, seguirono il suo sguardo. <<Perché lo è stato, da parte di entrambi. Io vi svelerò l’arcano, la verità che si cela dietro una banale uccisione e voi penserete stia delirando. Capirò la vostra impossibilità di comprendere, consapevole del mio ruolo: un minuscolo ostacolo nel corso degli eventi. Sapevo di non poterli fermare direttamente, eppure ho individuato chi, secondo logica e speranza, dovrebbe avere una possibilità in tal senso.>>  Donnelly tornò a fissarlo severamente. <<Magari potrebbe essere meno contorto e dirci come stanno davvero le cose, senza fronzoli.>> Frederick chiuse gli occhi e per un lungo istante parve smettere di respirare. Poi, rilassando le spalle e perfino il volto, che fino a quel momento era sembrato una maschera inviolabile, iniziò lentamente a parlare. <<Immaginate una Forza primordiale, un sigillo se preferite, che tiene assieme tutte le sfaccettature di uno stesso velo. Un velo di menzogne, costituito e alimentato dall’individualità di ogni spirito senziente, capace di ragionare in termini complessi, articolando fantasie altrimenti indecifrabili. Ora immaginate che questa Forza possa decodificare ciascuna visione, fornendo al suo posto un’illusione univoca, comune…rassicurante nella maggior parte dei casi. Ecco, se questo processo, di colpo, dovesse essere in qualche modo interrotto, alcuni potrebbero identificare nel rosso l’azzurro e viceversa, indicare un albero vedendo al suo posto una fontana e in generale avere libero accesso a un livello più profondo di quella che siamo soliti definire realtà. A quel punto sarebbe semplice apprendere, nel peggiore dei casi, nozioni ancestrali su ogni labile filamento che tiene assieme il nostro mondo, potendo scindere porzioni oggettive del creato in frammenti soggettivi specifici, distruggendone l’armonia che fino a quel momento ne definiva una versione riconoscibile per l’uomo.>> Il professore aveva espresso i concetti con flemmatica enfasi, soffermandosi di tanto in tanto, quasi un peso gravoso gli impedisse di procedere più speditamente.  Solo un paio di elementi della scientifica, eccetto loro, erano ancora nella stanza. L’ispettore scosse il capo, stropicciandosi gli occhi; sul suo viso aleggiava un misto di fastidio e rassegnazione. Donnelly, forse con ancor meno convincimento,  si limitò a chiedere <<Questa interessante storiella cosa c’entra con la morte di Sara Williams?>> Fu in quel momento che Frederick Morgan aprì di colpo gli occhi, colmati da un orrore immenso, soverchiante, adesso perfettamente distinguibile. <<Perché lei riusciva a vedere…>> biascicò in tono appena udibile <<…perché lei aveva penetrato il velo e le sue illusioni, spezzandone irrimediabilmente l’armonia.>>

Se andiamo e veniamo come ci pare, è solo perché fermarsi guasta gli occhi e tutto ciò che attraggono. Oggi mi racconto una storia diversa, fatta di sogni che non possono mutare la realtà, però permettono a noi di cambiare per affrontarla. Tu ricordami così Frederick, perché soltanto l’uomo è capace, nel proprio interesse, d’ignorare la ragione che lo rende tale.

…to be continued…