ANNETTE

 

Annette - Finale

Dall’oscurità nella quale era precipitata la sua giovane mente emersero le fiamme, spettri ardenti, capaci di ricamare spaventose fantasie dal gusto indigesto. Titani dei quali non si scorgeva il volto, pronti a schiacciare sotto i loro calzari cittadini ignari o inermi. Erano boia mastodontici, colmati della notte più buia e senza scampo. Annette si destò di colpo, riemergendo nel confuso groviglio delle lenzuola ormai zuppe, a tal punto che, in un primo momento, immaginò vi fossero rimasti invischiati i suoi incubi. Strabuzzando gli occhietti sonnolenti, nei quali si annidava ancora un’ombra di vivido terrore, sbuffò contrariata, cercando di soffocare il tremito nella sua voce <<Tsè! La prossima volta che si azzarderanno a mandarmi a letto senza cena, sentirai che rivoluzione Mr. Twinkle!>> Così dicendo si abbandonò contro il guanciale, stringendosi in grembo il vecchio ciuco di pezza. Il successivo giro di giostra, sia pure onirico, lo avrebbe fatto a cavalcioni del fedele compagno.

***

Invece, ancora una volta, Mr. Twinkle l’aveva abbandonata ai suoi sogni imbrattati di ricordi. Assieme a tutti i suoi più fedeli compagni, un gruppo di bambini male assortiti con indosso vecchi uniformi militari, pelli di animali e indumenti sciupati del secolo scorso, Annette affrontava l’ostilità delle terre brulle, un paradiso sconnesso scolpito nella cenere, con rocce maculate e splendenti specchi d’acqua, dai quali si dispiegavano ali sottili di nebbia viscosa. Nelle zone meno scoscese facevano capolino criniere d’erba cangiante, superate con passo spedito dalla piccola ciurma sparpagliatasi lungo il sentiero che, dopo poco, avrebbe condotto il gruppetto sulla cima del vecchio promontorio. Annette e i suoi amici si attardarono alcuni minuti ai piedi dell’enorme lingua di pietra sovrastante; affondava nelle nubi, descrivendo un salto nel vuoto di centinaia e centinaia di metri. Dove i ricordi ne avevano incatenato le vite, il sogno avrebbe permesso loro di librarsi oltre i confini dell’inevitabile.

***

Dopo il salto, Annette si destò di colpo nel freddo grigiore della sua stanza. Lunghe ombre azzurrate circondavano il piccolo letto della ragazzina, dissetando le tenebre con flebili lapilli, originatisi da tante minuscole aperture sulla volta della camera. Gli archi, un tempo maestosi, riversavano in pessime condizioni, mostrando alla luce del parco stellato -che filtrava dai guasti architettonici- una tela di fratture e lunghe cicatrici smaltate di fresco. Stringendosi Mr. Twinkle al petto, si accorse di avere il fiato corto. Il suo sguardo corse più volte da un lato all’altro della stanza, fin quando dalla penombra emerse un’oscura figura ammantata. Annette sgranò gli occhi. L’intruso indossava un copricapo spettrale dai lunghi filamenti in tempesta, intrecciati nell’origine spaventosa di una maschera spezzata. La giovane gemette, facendo leva sui piedini per spingersi con tutte le sue forze contro la spalliera di ottone. Lo sconosciuto non si scompose, sguainando dal buio inestricabile una mano, con la quale le porgeva il suo insolito ed elegante saluto. La piccola Annette ebbe un sussulto, quando porgendo la mano in direzione della bizzarra ombra, china su di lei, vide la realtà sfocare, quasi avesse urtato con le dita sottili lo specchio di un lago. Senza accorgersene scatenò una tremenda reazione a catena. Le pareti della stanza svanirono, lavate via dal miraggio di un’altra visione. L’oscurità si tinse del sangue plumbeo delle nubi, mentre lo sconosciuto le sorrideva, biascicando una litania stridula con il tono di un violino in affanno. <<Svegliati prima che il sogno ti prenda, prima che il sogno inghiotta il ricordo, svegliati prima che il sogno ti prenda, prima che il sogno inghiotta il ricordo, svegliati prima che il sogno ti prenda, prima che il sogno inghiotta il ricordo…>> Quando le restanti spire del fosco lupanare notturno vennero dilaniate nel chiarore della strada, la strana figura andò in pezzi assieme alla sua voce. Sulla scia di centinaia e centinaia di cristalli d’inchiostro, intenti ad affondare con le loro note nell’asfalto, Annette si ritrovò in piedi. Anche il letto era scomparso. Attorno alla bambina che ora era una donna, si estendeva la tela cittadina dei sobborghi, fatta di palazzine in disuso, capannoni dismessi e carcasse d’auto inchiodate al suolo da tempo immemore. La mano di Annette cercò di recuperare in vano un vecchio pupazzo di stoffa, che adesso fuggiva a ritroso nella sua memoria. Lasciata sola, sul bordo di un marciapiede che si estendeva per una ventina di metri, di fronte a una costruzione di quattro piani piuttosto malridotta, rinvenne di colpo il gancio per il quale aveva immolato il presente. Sapeva di errori, lordura in grida, la spinta di un terribile destino oltre l’orlo della sventata follia.

***

Non si trattava esattamente del suo vissuto. Le immagini che le scorrevano accanto, ricordandole con spietata precisione i trascorsi degli ultimi venti anni, si andavano schiarendo, così da recuperare il loro posto nell’ordine naturale di quella rocambolesca diserzione dalla realtà. Vide il pomeriggio piovoso in cui i suoi genitori scomparvero, tagliati via dall’esistenza con un guizzo di sangue e pallottole. La coppia ferma di fronte al minimarket, il carrello arancione colmo soltanto della sporcizia accumulata in un paio di giorni d’intemperie. Il ragazzo in tuta blu e stivaletti neri, dal volto esangue ancora prima di premere il grilletto. Urlava tanti ammonimenti, cucendoli con parolacce e suppliche incomprensibili, fino a quando il boato della sua arma spaccò in due il terrore della giovane coppia, le loro espressioni incredule. Un altro, poi un altro ancora. Ogni tuono incandescente, sputato fuori dalla bocca della pistola, si perse a illuminare i tratti irriconoscibili del biondino, i suoi riccioli arruffati, le labbra contratte e le narici dilatate. Aveva molta più paura delle sue vittime, però diede tutta la voce che serviva all’attrezzo stretto nel pugno. Madre e padre caddero al suolo, esanimi. Non erano loro a gridare, bensì le altre persone attorno. I corpi giacevano a poca distanza l’uno dall’altro, cercandosi ancora, vinti per sempre da quelle ferite sbocciate un po’ ovunque, inzuppando il mondo di un insolito e accecante carminio. Annette non ricordava chi l’avesse portata via, mentre invece rammentava il forte odore di bagnato, sudore, erba, cartone e metallo. Sì, in quest’ultimo caso, del sentore stantio avvertito assieme a tutti gli altri, ne aveva ingurgitato tre o quattro bocconi.

***

Poi corse oltre, lasciando la mente indietro a domandarsi che fine avessero fatto tutti gli altri ricordi. Strabuzzando gli occhi gonfi e arrossati, come quando le era parso di svegliarsi nella sua cameretta di bimba smarrita, assunse una posa apparentemente molto scomoda, agitandosi sulla sedia in preda a un’improvvisa sollecitudine. L’ufficio nel quale si trovava era relativamente spoglio, con due grandi sedie, un divanetto ocra, una pianta grassa a lato della porta e un’ingombrante scrivania, aldilà della quale sedeva un altrettanto ingombrante signore barbuto. Niente libreria, niente tappeto, nemmeno qualche foglio svolazzante mollato in un eccesso di pigrizia sulla superficie levigata del mobile che li divideva. Annette, continuando a torcersi le mani con aria spaesata, volle leggere il nome dell’estraneo sulla targhetta posta in bella mostra. “Dottor Jonathan Harris Twinkle”. Ebbe quasi un mancamento. Portò un ginocchio al petto cingendolo con un braccio, ricacciandosi un conato in gola mugugnò stordita un mezzo accidente. Il medico accolse quel sibilo lamentoso con un cenno di grande stanchezza. Attraverso le sue dita, che sembravano volerlo liberare da chissà quale sventura spiattellatagli in volto, Annette vide lentamente sfiorire l’illusione di occhi spenti, addolorati, occhi che fino a un momento prima la scrutavano con slancio partecipe e preoccupato. <<Abbiamo già percorso questa strada Annette, sappiamo che confondere sogni e ricordi conduce a un abbrutimento delle dinamiche sociali.>> Parlava con una certa flemma, la voce arrochita dall’evidente sforzo che stava compiendo per spiegarle, ancora una volta, quale fosse lo scopo principale della seduta. <<I nuovi medicinali si sono dimostrati molto utili, perché finalmente sei riuscita a rivivere momenti del tuo passato che dicevi di non possedere più. Nonostante questo temo tu abbia lasciato all’immaginazione gran parte del tracciato in esame. Così facendo rischiamo di regredire.>> L’anziano sospirò per poi alzarsi, scuotendo impercettibilmente il capo. Giocherellava con i suoi occhiali da vista, seguendo i movimenti della donna che adesso non sembrava più avere intenzione di parlargli. Si convinse lo avesse compreso e quindi aggiunse tristemente, allontanandosi, un <<Aspettami qui, vorrei mostrarti ancora una volta alcune foto.>> Uscito dalla stanza, Annette si ritrovò sola, circondata dal candore delle pareti e dal riverbero bluastro dei neon che le illuminavano.  Sì, le nuove medicine funzionavano a meraviglia, perché l’unica cosa che ora comprendeva nitidamente era la verità, nuda e cruda. Non stava assaggiando un’altra porzione inacidita della sua vita – vero – questo non era un incubo – vero – non era mai esistito nessun pupazzo, amico, difensore, confidente  – vero – aveva continuato a prendere le sue medicine fino a questo momento – vero – si trovava in un istituto psichiatrico sotto osservazione, per curare i tanti disturbi che, per quanto volesse negare, l’avevano tramutata in una derelitta: falso. Senza perdere altro tempo, rovesciando la sedia, Annette si catapultò verso l’uscita.

***

La verità era che quel pomeriggio pioveva e che lei non c’era…che per oltre venti anni, non c’era mai stata. Poi – improvvisamente – la fuga. Osservando la foto, abbandonata nella prigione argentata della cornice, Annette celebrava silenziosamente i suoi genitori e se stessa, tre astri immortalati a condividere lo stesso sorriso. Le sue dita scivolarono lungo la mensola, carezzando un velo di polvere sotto il quale, per tantissimo tempo, aveva nascosto l’atrofia spirituale che lambiva i più luminosi recessi del suo animo. Molte volte, dopo che le avevano raccontato l’incidente, si era chiesta come sarebbe stato darsi per vinta, dividendosi a metà per confondere la sofferenza con la menzogna. Da una parte gli stupefacenti aneddoti di Annette, la giovane esploratrice della prosa, occhi di fata e lingua di cometa. Dall’altra Annette la condannata, rinchiusa dove i vespri non salgono mai a raccattare il sole perché sorga, costretta a sezionare la sua vita in pillole, tamponando il male con sedute d’analisi interminabili. Rilesse nella vorticante epopea che l’immaginario le aveva suggerito, la ferrea determinazione di chi pianta le sue radici a ridosso del confine, di volta in volta un passo più distante dai piaceri dell’umana esistenza. Si era allontanata troppo e senza accorgersene, per trarsi in salvo, rischiava il collasso. Ripensò a Mr. Twinkle, a quello che fu il suo ultimo giocattolo. Magicamente udì i suoi tumulti interiori acquietarsi. Ciò che lo sporco pupazzo rovinato le aveva insegnato, era la rinuncia alla pretesa di estraniarsi, anche quando, dopo i terribili accadimenti che l’avevano segnata, avrebbe voluto crescere di colpo. Si era trascinata dietro il vecchio compagno di giochi per molte primavere prima di concedergli, infine, il suo addio più sincero. A venti anni esatti dalla sua ultima passeggiata all’aperto, Annette si recò alla porta. Il fiammeggiante fulgore estivo aveva inondato con i suoi riverberi ambrati l’intero salone, brillando su ogni mobile, quadro e specchio del rifugio. Le si strinse il cuore, finché quella stessa onda abbagliante non la travolse, spingendola a scandire i secondi in brevi sospiri, come se aldilà della porta si celasse un varco incantato. Annette decise di spalancarla con un unico rapido movimento, tuffandosi finalmente nella fiabesca trama lasciata in sospeso tanti anni prima. Se anche fosse stata destinata all’immobilità perpetua, avrebbe chiesto alla sorte di scagliarla nel mucchio, per colmare la misura delle interruzioni che, troppo a lungo, le avevano negato le gioie dell’esistenza.

***

Non è tanto nelle cose che si perdono il nostro più grande rammarico, quanto in quelle che terremo sempre con noi una volta perdute.

Annette

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